Negli ultimi anni molti festival hanno iniziato a parlare di interdisciplinarità, immersione e dialogo tra linguaggi. Pochi, però, sono riusciti a costruire una programmazione in cui questi concetti producano conseguenze reali sulla proposta artistica. La nona edizione di Videocittà, in programma dal 10 al 12 luglio negli spazi del Gazometro Ostiense di Roma, sembra volerci provare ancora una volta.
Watercult, il tema dell’acqua scelto per il 2026, potrebbe facilmente scivolare nella retorica ecologista o nella metafora generica. Invece la line-up musicale lascia intendere un’operazione più interessante: usare l’acqua come principio compositivo, come modello di ascolto e come elemento capace di collegare pratiche sonore apparentemente lontane.

Da questo punto di vista la presenza di Apparat assume un significato particolare. Sasha Ring non arriva a Roma semplicemente per eseguire un DJ set. Scorrendo la sua discografia è facile immaginare che il cuore della sua partecipazione sarà Black Water, brano simbolo di The Devil’s Walk, che verrà integrato all’interno dell’installazione immersiva In Lympha. È una scelta significativa perché Black Water rappresenta uno dei momenti in cui Apparat ha definitivamente abbandonato il minimalismo berlinese delle origini per avvicinarsi a una scrittura più cinematografica, organica e atmosferica. A quindici anni dalla pubblicazione, il brano torna quindi all’interno di un contesto che ne amplifica ulteriormente la natura narrativa.

In Lympha
Ma la vera forza del programma emerge osservando ciò che accade intorno ad Apparat.
Francesca Heart porta a Videocittà una ricerca che da anni si muove tra ambient, spiritual jazz e pratiche sonore rituali. Nella sua musica l’acqua non è soltanto un tema ma una struttura: i suoni si comportano come correnti, maree e flussi continui. Il dialogo con l’installazione di Giuseppe La Spada appare quindi quasi inevitabile.
Ancora più radicale è la presenza di Sara Persico e Mika Oki. Chi conosce il lavoro della Persico sa che la sua ricerca si colloca in una zona di confine tra sound art, vocal experimentation e costruzione di ambienti acustici. L’album Sphaîra, da cui nasce la performance presentata a Videocittà, è uno dei lavori più interessanti pubblicati nell’ultimo periodo nell’area dell’elettronica sperimentale europea.

Da citare la presenza di Nziria, artista napoletana che con il suo nuovo album Syysma sarà a nostro avviso la versa sorpresa della kermesse.
A chiudere il festival saranno Voices From The Lake, forse la scelta più coerente dell’intera programmazione. Fin dal debutto del 2012, il duo ha sviluppato una forma di techno ambient che rinuncia alla funzione euforica del dancefloor per concentrarsi sulla percezione dello spazio, della profondità e del tempo. In un’edizione interamente dedicata all’acqua, la loro presenza appare meno come un booking prestigioso e più come una naturale conseguenza del concept curatoriale.
La sensazione generale è che Videocittà stia progressivamente spostando il proprio baricentro. L’elettronica non viene più utilizzata come semplice colonna sonora delle installazioni né le arti digitali come contorno spettacolare dei concerti. Le due dimensioni sembrano invece convergere in un unico ambiente percettivo dove il pubblico è chiamato a muoversi, ascoltare e osservare senza una gerarchia prestabilita.
In un’estate italiana dominata da line-up sempre più simili tra loro e da una crescente standardizzazione dell’esperienza festivaliera, Watercult prova a percorrere una strada diversa. Non quella dell’intrattenimento puro, ma quella della costruzione di un immaginario condiviso attraverso suono, spazio e tecnologia.
Ed è probabilmente qui che risiede oggi l’interesse principale di Videocittà.
